mercoledì 21 maggio 2014

A te, Simona.

Cara Simona, 
Oramai son sei anni che non ci vediamo o sentiamo, così tanto tempo. 
Ricordo ancora quella volta nella stanza dell'oratorio: tu stavi scrivendo qualcosa, non so bene cosa, ma stavo scrivendo. Eri così impegnata: la testa china sul foglio, la schiena curavata verso il tavolo e la mano che scorreva velocemente sul foglio, trascinando con sé la penna. 
Io allungai la mano verso la tua schiena per toccarla, accarezzarla o qualcosa del genere, senza alcun motivo e, sempre senza alcun motivo, mi bloccai a mezz'aria fin quando, in modo scherzoso, Francesco disse " Mica morde! Se le dai una carezza non si arrabbia mica!" 
Ma tu rimasi indifferente al suo intervento ed io ritrassi la mano. Eri così grande rispetto a me, così matura, così donna. 
Non che mi piacessi, ma il fatto che fossi così grande mi bloccava. 
Poi ci fu quel giorno in piscina: eravamo in fila per uno scivolo e tu, dopo esserti girata verso di me, mi dissi, guardandomi con quei tuoi occhi così grandi e così ambrati, " Non è che mi leveresti la pelle che si sta screpolando sulla schiena?". Giuro che per un istante rimasi bloccato, pietrificato, ma, poi, le tue parole mi presero e mi manovrarono.
Vedi, era impossibile dirti di no. Come si poteva dir di no a due occhi come i tuoi?
Poi c'erano le volte che ti vedevo dall'altra parte del parco, incrociavo il tuo sguardo e tu, con la tua graziosa camminata, ti avvicinavi e salutavi me e mio fratello.
Nonostante tutti sti ricordi, non ricordo il tuo profumo, il suono della tua voce e mi sento così dannatamente in colpa.
I giorni successivi a  quello della tua scomparsa non sono stati affatto facili. Mi sentivo così in colpa, come se non stessi facendo abbastanza per ricordarti. Mi sentivo tanto in colpa. 
Ogni volta che ci pensavo, mi laceravo dall'interno. Non esser stato presente alla tua messa di certo non ha migliorato le cose, ma non ero nemmeno a Milano e la notizia non mi era ancora arrivata.
Venirti a trovare a Chiaravalle era uno strazio, proprio non ce la facevo.
Non sai quante volte mio fratello mi abbia fatto sentire in colpa. "Non vieni con me a trovarla? Bene. Sappi che le stai mancando di rispetto."
Le sue parole pesavano tanto, troppo, che avrei preferito esser sotto un macigno di trecento chili.
Ma non era una mancanza di rispetto, no che non lo era. 
Io ero terribilmente distrutto da quando te ne eri andata.
Riuscii a tornare da te a distanza di un anno, ricordi? 
Era estate, ti portai una rosa bianca. Mia madre affianco che mi fissava ed io che fissavo la tua foto.
Il viaggio di ritorno fu straziante: cercai di trattenere le lacrime, ma, appena usciti dal cimitero, non ce la feci. Il vento soffiava leggero, il sole splendeva intensamente in alto, nel cielo, le lacrime mi rigavano il volto e i singhiozzi mi strozzavano, mi chiudevano la gola, mi spegnevano la voce, bloccavano l'aria e mi fecero bruciare terribilmente i polmoni.
Solo arrivato a casa, tra i vari sguardi sull'autobus e la mano rassicurante di mia madre sulla schiena, mi calmai.
Ed ora ti scrivo una fottutissima lettera che non potrai mai leggere, che non ti arriverà mai. 
Ti scrivo una futile lettera per cercare di immortalare quei pochi ricordi che ho di te, sia mai che svaniscano pure loro.
Ti scrivo una lettera qui, ora, che sempre qui rimarrà, ma sarà per sempre.
Per sempre.
Per sempre sarai con me, nella mia testa, nel mio cuore, nella sigaretta del mattino,
in quella della sera e del dopo pranzo.
Per sempre nelle giornate in oratorio, al parco e nelle vie della zona.
Oggi morta, per sempre viva.

Tuo, Itam.